LA VIOLENZA DOMESTICA:

se la violenza è tra le proprie mura

 

Per violenza domestica si intende ogni forma di abuso o di comportamento coercitivo volti a controllare emotivamente una persona all’interno del proprio nucleo familiare. Questi tipi di abusi sono presenti, senza eccezioni, in ogni paese del mondo ed i carnefici appartengono a tutte le classi sociali, senza distinzione di età o etnia. Inoltre, dalle ricerche svolte, è emerso che questo tipo di violenza non risulta essere sempre legata a psicopatologie o al consumo cronico di sostanze alcoliche e stupefacenti tuttavia, tale tipologia di criminale risponde a vari comportamenti tipici, tra i quali l’essere solitamente un soggetto insicuro, privo di relazioni sociali appaganti e senza modo di sfogare il proprio stress. Infatti, egli trova facile colpire i familiari, soprattutto se hanno bisogno di loro per il sostentamento e, inoltre, in questo modo può soddisfare il proprio desiderio di potere e sicurezza imponendosi su degli innocenti.

Analizzando le testimonianze di donne che hanno vissuto questo dramma, è emerso che gli abusanti rispondono ad un preciso profilo criminologico:

 

  • Controllo dei movimenti, dei progetti e delle attività della vittima.
  • Favoreggiamento dell’isolamento sociale, si spinge la vittima verso la solitudine, rendendola così più introversa e poco socievole.
  • Al fine di generare paura, spesso vengono distrutte cose e oggetti ai quali la vittima tiene particolarmente e, se vi sono animali in casa, saranno presi di mira anche loro.
  • All’aperto e con altre persone, l’abusante cerca in tutti i modi di umiliare pubblicamente la vittima. Spesso utilizza espressioni offensive che aumentano psicologicamente la percezione di debolezza della vittima e confermano la sua condizione di passività.
  • L’abusante denigra verbalmente la vittima, al fine di farla sentire “stupida” e “sbagliata” per ridurle così l’autostima.
  • Paura dell’autonomia della vittima. Di fronte ai comportamenti che manifestano il desiderio di autonomia della partner, l’abusante ricorre a stratagemmi psicologici finalizzati ad annullare queste sue volontà. Se la vittima lavora e gode di una certa autonomia, egli cerca in tutti i modi di ostacolare la sua serenità nei rapporti di lavoro.
  • Spesso sottolinea la propria posizione di superiorità nella coppia, ripetendo ad esempio di essere la persona che comanda e che per questo deve essere rispettato.
  • Se vi sono figli, essi vengono “usati” dall’abusante per raggiungere i propri scopi, minacciando ad esempio di portarli via qualora la vittima si ribelli.
  • Se durante una lite la vittima rimane ferita e tenta di mettere l’abusante di fronte all’evidenza delle violenze, egli tende a
  • Questo tipo di criminale, di fronte alle volontà di denuncia della vittima, la accusa di esagerare e minimizza i fatti affermando che il suo comportamento sia normale e che a tutte le coppie possa succedere di litigare così.

 

Marina Calloni e Simonetta Agnello Hornby[1], nel loro libro propongono un progetto a favore delle donne vittima di violenza domestica che si ispira a quello proposto ed attuato da Patricia Scotland in Gran Bretagna, il  “Metodo Scotland”. E’ un sistema semplice per combattere e proteggere le vittime di violenza domestica messo a punto dall’avvocatessa inglese diventata ministro sotto il governo Blair. Sperimentato in Inghilterra e Galles, questo sistema è articolato intorno a cinque punti fondamentali e per la prima volta chiama in causa, oltre al sistema giudiziario, i servizi sociali e sanitari, le scuole, i datori di lavoro. Da quando è stato introdotto, ha notevolmente ridotto il numero delle vittime di violenza domestica.

 

La Eliminating Domestic Violence Global Foundation (EdvGF) si propone di promuovere questo metodo e di diffonderlo in tutto il mondo. Ciò perché la legislazione non basta e la violenza domestica deve essere combattuta anche mediante l’educazione a scuola, nelle caserme, dai mass media adeguatamente formati e consapevoli.

 

Dall’osservazione delle vittime di violenza domestica, si è notato che la prolungata sopportazione degli abusi porti a soffrire di problemi psichici, i cui gravi danni si riscontrano soprattutto nell’autostima. A questo proposito di Elvira Reale[2] individua metodi e strumenti per il trattamento clinico delle donne vittime di violenza. L’obiettivo di ristabilire la psiche delle vittime si concretizza in due fasi: prima si cerca di rendere la donna consapevole del trauma subìto e del suo ruolo di vittima incolpevole, successivamente la si sostiene durante le sofferenze psicologiche causate dal disturbo post-traumatico da stress e la si aiuta nella riconquista del proprio equilibrio.

 

La psicologa Patrizia Romito[3] sostiene  la necessità di prevenire atteggiamenti violenti nelle relazioni tra i sessi fin dall’adolescenza. Infatti, molta violenza in famiglia soprattutto per mano dei padri, e tanta tra ragazzi, in un ventaglio che va dalle pressioni psicologiche alla violenza di tipo sessuale, correla spesso con  molti problemi di salute: dai disturbi alimentari evidentissimi tra le ragazze, alle crisi di panico. Si riscontra anche un preoccupante consumo di pornografia, quasi generalizzato tra i ragazzi ma dal quale non sono esenti neanche le giovanissime e che assume spesso contorni violenti.  La stessa pornografia odierna è sempre più spesso caratterizzata dalla violenza e mostra un atto sessuale privo di qualsiasi forma di dolcezza e rispetto. Il tema centrale di tutti i film erotici, anche di quelli soft, è la degradazione della donna, declassata da essere umano ad una sua versione stereotipata che, secondo il classico schema, prima resiste alle violenze per poi goderne e chiederne ancora, in uno scenario che evoca la sua subordinazione (domestica-padrone, infermiera-medico, donna nera-uomo bianco ecc.). Perciò non bisogna stupirsi se la pornografia è stata definita una propaganda misogina che contribuisce a creare modelli culturali in cui la violenza di genere viene normalizzata. Infine, la maggiore fonte di preoccupazione è che i cosiddetti film a luci rosse costituiscono indubbiamente una parte importante, se non primaria, dell’educazione sessuale degli adolescenti che, dalla loro prima lezione sul sesso imparano che esso sia violento e che, per farlo bene, la donna debba essere disponibile ad ogni fantasia, anche la più sadica.

 

 

 

[1] Calloni M., Agnello Hornby. S.(2013). Il male che si deve raccontare. per cancellare la violenza domestica. Ed. Feltrinelli.

 

[2] Reale E. (2011). Maltrattamento e violenza sulle donne: vol.2. Criteri, metodi e strumenti dell’intervento clinico. Ed. Franco Angeli.

 

[3] Romito P. (2013). La violenza di genere su donne e minori. Un’introduzione. Ed- Franco Angeli.

 

 

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